I dogi di Venezia e le altre istituzioni

Il primo Doge

L'epigrafe nella Chiesa di Santa Maria Assunta di Torcello, del 639, accenna alla presenza nell'isola di un Magister Militum. Purtroppo il testo dell'epigrafe è mutilato ma molti hanno letto questa come la dimostrazione dell'esistenza di un Magister Militum della Provinciae Venetiarum. Non ci sono riscontri oggettivi, nè testimonianze così antiche che lo possano confermare.

La prima, che risale all'XI secolo è di Giovanni Diacono che ci descrive la nomina di un cittadino di Eraclea nel ruolo di Duca, con il nome di Paulicio. Questi, secondo la tradizione, fu il primo Doge di Venezia.

697 - Paoluccio Anafesto

La tradizione indica Paulicio o Pauluccio Anafesto come il primo Doge di Venezia, eletto nel 697 (secondo altre fonti tra il 713 ed il 715). L'elezione di Paulicio sembra sia avvenuta per iniziativa degli abitanti della laguna in autonomia rispetto alle direttive di Bisanzio, cui Venezia era soggetta nei primi secoli della sua esistenza. Teoricamente l'elezione del Duca (o Doge, come verrà chiamato più avanti) avrebbe dovuto essere confermata dall'esarcato di Ravenna. Da Ravenna, infatti, si amministravano i (pochi) territori Bizantini rimasti nella penisola. Probabilente i veneziani, approfittarono di una crisi dell'esarcato e della presenza dei Longobardi, per scegliere in autonomia il nome del Magister Militum.

Il Doge ed i suoi poteri

Il grado potere di cui godevano i primi Dogi era molto alto. Erano degli alti funzionari di stato, magistrati, legislatori, imponevano tasse e comandavano le forze militari: accentravano, insomma, i vari poteri dello stato in un unica persona.Convocavano l'assemblea generale, imponevano tributi, amministravano la giustizia in suprema istanza, nominavano i funzionari e conducevano gli eserciti in guerra. Avevano anche un ruolo importante nelle questioni ecclesiastiche. 

Dalla nascita della Serenissima questi poteri andranno diminuendo fino a trasformare la figura del Doge in un rappresentante formale dello Stato Veneto con pochi poteri sostanziali.

717 - Doge Marcello Tegalliano

Il secondo Doge, Marcello Tegalliano, fu eletto dopo la morte di Paulicio nel 717 ed era un suo collaboratore di fiducia che condusse una delicata trattativa con i Longobardi definendo i confini tra il territorio occupato dai barbari e quello veneziano. Ad identificare Marcello come secondo Doge è sempre Giovanni Diacono che scrive dopo l'anno mille e che ci racconta le origini della Serenissima.

Vita e morte del Doge nei primi anni della Repubblica

Essere Doge, nei primi anni della Repubblica, non era affatto facile.
Dei 26 Dogi che si succedettero fino al 1032 solamente 10 morirono di morte naturale.
In quanto agli altri:

  • 3 vennero accecati e deposti
  • uno fu costretto a fuggire
  • 5 divennero religiosi a forza
  • 2 furono uccisi a seguito di rivolte
  • uno abdicò
  • uno morì in battaglia

 

726 - Doge Orso

Il Doge orso viene eletto nel 726 e secondo alcuni storici è lui il primo vero Doge della Repubblica di Venezia. Egli, infatti, viene eletto durante il regno dell'imperatore Leone III che volle negare il culto delle immagini sacre attirandosi le ire dei cattolici e provocando ribellioni nella popolazione. Il Papa scomunicò sia Leone III che l'esarca di Ravenna e a Venezia la popolazione prese sul serio la dichiarazione del Papa di considerare "nemico dichiarato" il Sovrano bizantino.
Da questi eventi l'elezione di un Duca non-filobizantino, come fu Orso.
Qualche anno dopo i rapporti tra Venezia e Bisanzio sembrano essersi rasserenati. Non abbiamo notizie certe ma lo possiamo desumere dal fatto che il Doge assunse il titolo di "Ipato" (console), titolo che i bizantini affidavano a persone di loro fiducia.

La promissione dogale

La promissione dogale fece la propria comparsa nel 1192 con il doge Enrico Dandolo. In un testo articolato in 17 paragrafi il Doge si assumeva una serie di obblighi, ad esempio quello di governare attenendosi alle decisioni del Maggior Consiglio e del Minor Consiglio. 

La promissione del 1229, con il doge Jacopo Tiepolo, divenne più dettagliata:

  • rendere operanti le decisioni prese dai due consigli
  • non interferire nell'elezione del patriarca di Grado
  • non inviare lettere o ambascerie al papa o ad altri sovrani senza la preventiva autorizzazione del consiglio
  • non tenere nascosto al consiglio il contenuto di lettere ricevute
  • non accettare doni da chiunque (eccetto acqua di rosa, foglie, fiori, erbe odorifere e balsami). 

In seguito le professioni divennero sempre più specifiche e vincolanti limitando sempre più l'autorità del Doge. Vennero stabilite anche le modalità per la deposizione ducale, decisione che spettava al Minor Consiglio e alla maggioranza del Maggior Consiglio. Curiosità: il doge poteva essere deposto ma non poteva dare le dimissioni. 

La promissione dogale continuò ad essere regolarmente redatta e pronunciata dal Doge fino all'entrata in carica, nel 1789, dell'ultimo Doge di Venezia, Ludovico Manin. 

742 - Deusdedit

Alla morte di Orso intervenne un mutamento nell'assetto istituzionale della nascente Repubblica Veneta: al posto dei Duchi venne introdotto un governo di magistri militum con la clausola di rimanere in carica soltanto per un anno. Conosciamo anche i nomi degli eletti: Leone, Felice detto Cornicola, Deusdedit (figlio del Doge Orso), Gioviano e Giovanni Fabriciaco. 

Il cambiamento però non ebbe vita lunga e nel 742 venne eletto lo stesso Deusdedit, che era stato magister militum.

Sotto il Doge Deusdedit la capitale del Ducato venne trasferita da Eraclea a Malamocco per poi passare definitivamente a Rialto. 

L'incarico di Procuratore di San Marco era a vita. Questa era la carica più importante nella Repubblica, seconda solo al Doge.
 
Veniva concessa ai patrizi - di famiglie meritevoli, per censo e posizione - che si erano distinti con i servizi prestati nelle ambasciate, nel comando delle armate e/o nel lungo esercizio delle principali cariche dello Stato.
Pare che un primo Procuratore sia stato nominato dal Doge nel IX secolo, con l'incarico di attendere alla fabbrica e alla custodia della Chiesa di San Marco.
Nel 1231, se ne aggiunse un altro e venne deferita la nomina al Maggior Consiglio.
Nel 1259, se ne aggiunse un terzo, nel 1261, un quarto, nel 1319, altri due e nel 1442, infine vennero portati a nove.
 
Nel 1269, fu delegata ai Procuratori la tutela dei pupilli e dei mentecatti, la soprintendenza all'esecuzione dei testamenti e alla tutela e recupero dei beni ereditari da essi amministrati.
Al principio del sec. XIV, i Procuratori vennero divisi in tre Procuratie:
  • La prima, detta de supra, attendeva all'amministrazione della Basilica di S. Marco;
  • la seconda, detta de citra, attendeva alle tutele, commissarie e testamenti dei sestieri di S. Marco, Castello e Cannaregio;
  • la terza, detta de ultra, alle tutele, commissarie e testamenti dei sestieri di Dorsoduro, San Polo e S. Croce.
Perché meglio potessero attendere ai loro compiti venne stabilito nel 1305 chenonpotessero prendere parte ai Consigli senza un decreto del Maggior Consiglio.
Nel 1388 venne stabilito che solo un Procuratore per Procuratia potesse essere chiamato a sostenere pubblici uffici.
Nel 1442 si stabilì che dovessero risiedere in pubbliche case nella Piazza di S. Marco.
Nel 1444 vennero esonerati dall'obbligo di intervenire alle sedute del Maggior Consiglio, purché non si fosse trattato di discutere decreti concernenti le Procuratie.
Nel 1453 vennero dichiarati senatori perpetui con diritto al voto.
Nel 1523 venne stabilito che nelle riunioni del Maggior Consiglio tre Procuratori per turno occupassero con arsenalotti armati la loggetta per garantire la sicurezza del Corpo Sovrano.
Nel 1569 venne ammesso che i Procuratori potessero assumere la carica di Savio Grande del Consiglio in ragione di due per Procuratia. Poi venne loro concesso di assumere anche altre cariche.
Venivano mandati all'estero solo come ambasciatori straordinari a teste coronate.
 
Dal 1516 in poi, in più occasioni, per sopperire ai bisogni dello Stato venne concessa questa dignità a patrizi senza meriti speciali e con la sola oblazione di ingenti somme di denaro, che variarono secondo i tempi da 12.000 a 100.000 ducati. Questi Procuratori, che avevano gli stessi diritti degli altri, erano in soprannumero e non avevano successione. In certe epoche arrivarono, con quelli per merito, al numero di quaranta.

1071 - Doge Domenico Selvo

Domenico Selvo o Silvio venne eletto Doge di Venezia nel 1070 a furor di popolo. La gente gridava "Volemo dose Domenico Selvo et lo laudemo".

Il Selvo ringraziando rifiutò l'onore ma i nobili lo presero e lo sollevarono in alto affinchè il popolo tutto lo acclamasse principe e poi lo condussero fino alla attuale Basilica di San Marco dove fra cantici sacri ricevette le insegne ducali

Per istringere maggiore amicizia tra Veneziani e Greci, prese a moglie Teodora, figlia del fu imperadore Costantino Duca.
A Venezia la moglie del Doge venne presto soprannominata la "principessa Bizantina" e sorprendeva tutti con le sue abitudini al lusso, alla pompa regale della sua corte e per la sua mollezza del vivere. 

Si diceva che si faceva addirittura imboccare dagli eunuchi per evitare la fatica di portare il cibo alla bocca. Quando si ammalò di un terribile morbo che le lacerava le carni e morì tra atroci sofferenze il popolo si convinse che fosse stata punita per i suoi comportamenti lascivi. 

Il Doge, nel frattempo, doveva dirimere la questione dei Normanni che occuparono le città della Dalmazia e che costrinsero i Veneziani alla guerra. 

Una volta che i nemici si ritirarono il Doge rinnovò i patti con i Dalmati facendosi promettere che non avrebbero mai più intessuto relazioni con i Normanni.

Questi ultimi, però, non demordevano ed attaccarono anche le terre Bizantine. Strinsero assedio a Durazzo ed i Veneziani vennero implorati dall'imperadore Alessio Comneno di aiutarlo per difendersi dai Normanni.

Siamo nel 1084 ed il Doge fa armare una flotta numerosa dando luogo ad una delle più sanguinose battaglie dell'Adriatico che segnò dapprima un successo per i Veneziani. I normanni però tornarono più volte a battagliare contro i nostri fino a riuscire a vincere la flotta veneta. 

Il popolo veneziano dette la colpa al Doge e chiese a gran voce la deposizione del Selvo che fu costretto a ritirarsi in un monastero. Alla morte venne sepolto nel portico della Basilica di San Marco ma senza elogio alcuno.

 

1117 - Doge Domenico Michiel

Nel 1117 fu eletto Doge Domenico Michiel.

Baldovino II, re di Gerusalemme, inviò legati a Veneziani "onde avere soccorso contra gl'infedeli", promettendo vantaggi al commercio veneziano.

Ma durante le trattative Baldovino fu fatto prigioniero. Calisto II papa invitò i principi cristiani a liberare dalle mani degli infedeli il Re. 

Domenico Michiel, lesse al popolo la lettera del papa e si cimentò nell'impresa armando una flotta di 200 navi di cui prese personalmente il comando.

Il primo combattimento fu coi Saraceni ed il Doge ne uscì vittorioso. Entrata poi la flotta, nel porto di laffa, il Doge si recò a Gerusalemme dove fu accolto come un alleato trionfante. La necessità di fondi era tale che durante la missione scarseggiarono le monete, allora il Doge tagliò dei pezzi di cuoio e vi fece imprimere lo stemma di San Marco promettendo di cambiarle in moneta una volta tornati a Venezia, cosa che poi fece.

Successivamente i veneziani dettero supporto all'assedio di Tiro che terminò vittoriosamente nel 1125. Dopo Tiro i crociati si spostarono ad assediare Ascalona, che cadde.

A questo punto l'imperatore di Costantinopoli contrariato dalla presenza degli Europei in Palestina, ordinò che si attaccassero i bastimenti mercantili del Veneziani.

Il Doge rivolse la sua flotta all'isola di Rodi e la mise a soqquadro e pose a ferro e a fuoco Scio, Samo, Mitilene, Paros, Andro, Lesbo, e tutte le Cicladi, facendo molti schiavi. Sceso nella Morea s'impadroni di Modone: distrusse Belgrado ed altri luoghi della Dalmazia dimostratesi infedeli al veneto sovrano.

Dopo le molte vittorie il Doge tornò a Venezia dove morì nel 1129 e venne seppellito nella Chiesa di San Giorgio Maggiore. A lui è dedicato un epitaffio che si legge ancora oggi: "Terror Graecorum iacet hic et laus venetorum..."

1172 Nascita del Maggior Consiglio

Da un primo nucleo di "consiglieri sapienti del Doge" nasce - secondo tradizione nel 1172 - il Maggior Consiglio che diventerà l'organo più importante nella vita politica veneziana. Via via il Maggior Consiglio assumerà diverse competenze: innanzitutto in materia legislativa, poi nella elezione del Doge. Il Maggior Consiglio cresce di numero fino a raccogliere più di mille persone a fine del 1200.

In origine i rappresentanti venivano designati dall'assemblea popolare, la stessa che eleggeva il capo dello stato. Ma con il tempo l'aristocrazia fece perdere ogni potere all'assemblea popolare che nel 1268 era già priva di ogni potere e venne poi sciolta nel 1423.

1172 - Sebastiano Ziani, Doge

Il 29 Settembre del 1172, all'età di Settant'anni viene eletto Sebastiano Ziani. Ziani fu il primo doge eletto da un'assemblea ristretta di nobili e non dall'assemblea di tutto il popolo. La sua elezione avvenne sei mesi dopo la morte del predecessore, dopo un conclave di tre giorni. Pare che sia stato il primo doge a distribuire denaro al popolo dopo l'elezione, inaugurando un'usanza che sarebbe sopravvissuta fino al 120°ed ultimo doge Ludovico Manin.

L'evento più importante del suo dogato fu l'incontro tra Federico Barbarossa ed il Papa Alessandro III che avvenne a Venezia nel 1177, l'anno dopo la battaglia di Legnano, significando la fine almeno momentanea delle dispute tra il papato e l'impero. In quell'anno fu siglata, non senza difficoltà, la cosiddetta "Pace di Venezia".

Secondo la tradizione sotto il suo dogado vennero anche erette, ad opera di Nicolò Barattiero, le due colonne della piazzetta San Marco, sormontate l'una dal leone alato e l'altra da San Teodoro. Sempre secondo la tradizione esisteva una terza colonna che finì nel bacino di San Marco (di fronte alla piazza) durante lo sbarco e che non fu più possibile recuperare.

Il Doge raddoppiò l'estensione della piazza facendo interrare il canale Batario e disponendo la ricollocazione della chiesa di San Geminiano

Quando poi la sua tomba fu distrutta quando la chiesa fu ricostruita, nel 1611, i suoi resti furono inumati nella cappella dei morti nella nuova chiesa e gli fu costruito un monumento in pietra d'Istria a sinistra della facciata della chiesa.

Morì il 13 Aprile del 1378.

 

Altri vincoli del Doge di Venezia

Dal Doge Dandolo in poi vennero stabiliti dei vincoli ai Dogi:

  • non era ammesso che gli si baciasse la mano
  • non era ammesso che alcuno si inginocchiasse davanti al Doge
  • doveva pagare le tasse come tutti gli altri patrizi
  • doveva regalare un panno d'oro alla Chiesa di San Marco
  • doveva elargire ad ogni patrizio che aveva voto in Maggior Consiglio 5 anitre selvatiche, dono con il tempo divenne difficile da realizzare e fu sostituito da una moneta detta "osella".
  • né lui né i suoi familiari potevano vestire a lutto al di fuori del proprio palazzo

Anche se ormai escluso dai poteri reali di governo il Doge resta comunque un rappresentante della Repubblica, prendeva parte alle riunioni delle magistrature, vedeva il proprio nome sulle monete d'oro e d'argento che uscivano dalla Zecca di Venezia, riceveva le delegazioni straniere a Palazzo Ducale, vigilava sul funzionamento degli uffici

1178 - Orio Mastropietro

Nel 1178 al ritiro per malattia del Doge Ziani, poco prima della sua morte, succedette il nuovo Doge orio Mastropiero. L'elezione avvenne con un procedimento di doppio grado: 4 persone furono scelte per eleggere 40 elettori che elessero il Doge. 

Orio viene da una carriera in magistratura: diventa giudice nel 1158, poi svolge funzioni di legato a Costantinopoli e poi nuovamente giudice ed infine legato presso il re di Sicilia. 

I compiti politici che attendevano il Doge erano molteplici ed impegnativi. 

Sussisteva anzitutto la crisi orientale che solo con le guerre negli anni '80 tra Normanni di Sicilia e Bizantini sembrava avviarsi a soluzione, grazie all'aiuto di Venezia a Costantinopoli. La fine delle ostilità venne sancita con l'attribuzione dei privilegi imperiali concessi nel 1187.

Verso le città dell'entroterra Venezia sviluppava una intensa politica di accordi commerciali bilaterali, senza farsi coinvolgere direttamente nei conflitti con l'imperatore Federico Barbarossa.

 

Il Minor Consiglio

Il Minor Consiglio sorse, non diversamente dal Maggiore, dai «Sapientes», posti dall'aristocrazia rialtina accanto al Doge.

È incerto l'anno della sua nascita; probabilmente fra il 1172 e il 1178.

I Consiglieri, eletti in Maggior Consiglio in numero di due, diventarono in seguito sei, uno per sestiere. L'eletto non poteva sotto gravi pene rifiutare la carica; durava in ufficio un anno ed era sottoposto ad una contumacia d'altrettanto, portata poi a 16 mesi. Dalla nomina a Consigliere erano esclusi i parenti del Doge e dei suoi figli.

Al Minor Consiglio fin dai primi anni della sua costituzione dovettero essere aggregati i Capi dei Quaranta, chiamati pure in certi casi a compiere le funzioni dei Consiglieri mancanti. Una parte del 1231 prova che, già in quest'anno, l'aggregazione è compiuta e riconosciuta. Consiglieri e Capi di Quaranta insieme formano la Signoria (Dominium). Nel 1437, vennero istituiti i tre consiglieri inferiori, che erano i tre dei sei consiglieri ducali uscenti di carica. Essi non facevano parte del Minor Consiglio, ma rappresentavano la Signoria in seno alla Quarantia Criminale.

Funzione principale del Minor Consiglio era quella di moderare l'autorità del Doge, assisterlo e consigliarlo. Durante la vacanza ducale il governo si restringeva nelle sue mani; curava gli affari in corso e presiedeva alle operazioni per la nomina del nuovo Doge e uno dei Consiglieri, che non fu sempre il più anziano, assumeva le funzioni di Vice Doge.

Ma ancora più importanti erano la funzione di

  • presiedere insieme al Doge - con cui quasi si confondeva - tutti i consigli della Repubblica ed
  • il diritto d'iniziativa, cioè di mettere parte, riconosciuto dapprima alla maggioranza del Minor Consiglio, poi pure alla minoranza, ai singoli consiglieri ed ai tre Capi di Quaranta.

A questi ultimi era, però, fatto obbligo di dare lettura del progetto di parte, in precedenza, a tutto il Minor Consiglio, il quale poteva stabilire una dilazione di tre giorni alla presentazione di esso.

Il minor consiglio inoltre aveva il potere di:

  • convocare il Maggior Consiglio quando lo ritenesse opportuno; poteva farlo anche un solo consigliere
  • attendere all'amministrazione della capitale,
  • vigilare sull'attività dei pubblici ufficiali
  • curare l'elezione dei nuovi
  • risolvere i conflitti di competenza che fossero sorti tra organi sia amministrativi che giudiziari, e indicava, in caso di dubbio, quale fosse il tribunale competente, prima ancora che il conflitto si manifestasse.

Una limitata competenza in materia finanziaria, la facoltà di disporre del danaro pubblico fino a 10 libbre di oro, fu abolita nel 1441. E alcuni anni dopo, nel 1446, il Minor Consiglio doveva rinunziare all'altra, importantissima, d'interpretare autenticamente le leggi.

1192 - Enrico Dandolo

Il Doge Enrico Dandolo apparteneva ad una famiglia veneziana di antica tradizione anche se non sempre in posizione di rilievo, ma che si afferma sempre di più anche grazie all'opera di Enrico, giunto molto vecchio alla dignità ducale. 

Un primo Dandolo, Vitale, compare in un documento pubblico nel 982, Un Domenico, attestato quale giudici nell'anno 1131, sarebbe il padre di Enrico. Altri Dandolo nel pieno secolo XII furono fra i protagonisti della vita politica. Tre rivestirono per periodi anche lunghi l0ufficio di giudice: Vitale (1144 - 1166), Andrea (1173 - 1188), Cratone (1170).

Enrico appare in un documento pubblico per la prima volta nel 1164. Legato a Costantinopoli nel 1172, Giudice nel 1176, fra gli elettori dogali nel 1178, nuovamente legato a Costantinopoli nel 1184, ambasciatore a Ferrara per il trattato del 1191. 

Enrico si trova a governare venezia in un periodo in cui la penetrazione commerciale nell'entroterra Veneto e Padano era in crescita grazie anche alla sicurezza delle vie fluviali, raggiunta grazie alle trattative commerciali bilaterali con le città interne. 

Ma i rapporti con l'Impero d'Oriente erano ancora tesi, specie dopo l'scesa al trono di Alessio, il fratello dell'imperatore Isacco. Sempre in politica estera c'era la crisi con la Dalmazia e con Zara. Come è noto il Dandolo risolverà entrambe le questioni dirigendo personalmente la Crociata del 1204. 

Il consiglio dei Dieci

Spettava al Consiglio dei Dieci:

  • la sorveglianza sulle corporazioni la cui attività, non frenata a tempo, avrebbe potuto riuscir dannosa allo Stato;
  • sull'arte vetraria tanto importante nell'industria del paese;
  • sui boschi, il cui legname era preziosissimo per i bisogni della flotta;
  • sulle miniere;
  • sulla Cancelleria Ducale, nella quale si custodivano gelosamente gli atti essenziali della vita dello Stato.
  • Infine per la buona amministrazione della cosa pubblica, della quale è condizione indispensabile il buon costume politico, ai Dieci era affidata la vigilanza sul broglio elettorale.

Alla tutela del cittadino e quindi alla quiete pubblica il Consiglio provvedeva disciplinando

  • l'uso delle armi,
  • la materia dei duelli,
  • la violenza nelle barche e quanto altro potesse arrecar offesa e turbamento nel popolo.

Infine per quanto riguardava il buon costume il Consiglio vi attendeva attraverso

  • l'attento regolamento del lusso,
  • degli spettacoli, delle feste, dei teatri,
  • delle maschere,
  • dei casini e delle sale da ballo,
  • della questua,
  • della decenza nelle Chiese e nei Monasteri,
  • della prostituzione

La iniziale competenza del consiglio venne pian piano allargandosi dal campo puramente criminale e di polizia al campo amministrativo, finanziario e sopratutto a quello della politica estera.

Accadde così che il Consiglio fosse spesso portato ad esorbitare dai limiti delle sue funzioni e fosse tentato di attrarre nella sfera dei suoi poteri materia politica che la costituzione affidava ad altri organi.
Di qui inevitabili reazioni, come quella del 1582, in seguito alla quale la trattazione degli affari segretissimi, già prima, per la loro natura, di esclusiva pertinenza del Consiglio dei Dieci, fu condivisa anche dal Collegio, che intanto era riuscito a porsi nella vita costituzionale veneziana come l'organo più idoneo a trattare la politica del paese; fu riaffermata la norma che i provvedimenti del Consiglio potessero essere intromessi da ciascuno degli Avogadori, norma, che per essere stata scarsamente applicata per l'addietro, aveva favorito gli sconfinamenti dei Dieci.

Si sottrasse alla sua competenza la sorveglianza sulla Zecca, sulla quale aveva avuto potestà fin dal 1350, per attribuirla al Senato, al quale fu data la libera ed esclusiva disposizione del pubblico danaro; si tentò di definire la natura degli affari segreti che i Dieci potevano trattare; si vietò loro infine di revocare o di modificare le parti del Maggior Consiglio.

Con questa riforma e con le altre successive (principale quella del 1628) limitandosi l'attività del Consiglio e riaffermandosi espressamente la sua competenza a conoscere di tutti i reati che direttamente o indirettamente rivelassero un interesse politico, si mirò a ricondurlo alla sua tipica funzione di tutore dell'ordine politico, a cui spesso esso aveva tentato di aggiungere la funzione di governo.

Ciò nonostante rimane vero che, dalla sua creazione in poi, il Consiglio dei Dieci manifestò sempre la tendenza ad usurpare la direzione suprema dello Stato.

1205 - Pietro Ziani

Nel 1205 Venezia era in un momento di pieno successo nella politica estera, soprattutto per la conquista di Costantinopoli e la formazione dell'Impero latino. 

L'elezione del Doge avviene con un doppio grado: 6 consiglieri del consiglio minore del doge defunto, scelsero i 40 elettori del Doge. 

Pietro Ziani, prima di diventare Doge, fu giudice per un lungo periodo. 

1539 - Gli inquisitori di Stato

Nel 1539, il Consiglio dei Dieci scelse dal proprio seno una giunta di tre, che, col nome d'Inquisitori contro i propagatori del segreto (da non confondere con i preesistenti Inquisitori dei X che avevano una funzione istruttoria) cercassero i colpevoli di propalazione di secreti dello Stato.
 
Questa giunta fu nominata poi sempre annualmente, ma non costantemente, e, sulla fine del secolo XVI, prese il nome di Inquisitori di Stato e divenne permanente. Uno degli Inquisitori era scelto fra i Consiglieri ducali (rosso), gli altri due e quello di rispetto fra i decemviri (neri).
 
Le loro deliberazioni erano sempre sottoposte al vincolo del segreto.
Avevano la sorveglianza su tutto ciò che spettava alla sicurezza dello Stato e la punizione di quanto aveva apparenza di attentato a quella: erano di loro competenza
  • tutte le colpe politiche,
  • le trasgressioni della legge, che proibiva ai nobili di frequentare o corrispondere con personaggi stranieri,
  • le maldicenze contro il governo,
  • le mancanze di rispetto a chiese e monasteri,
  • i pubblici ritrovi, ecc. ecc.

Anche questo corpo che si intitolò il Supremo Tribunale ebbe tendenza ad assorbire la trattazione degli affari politici, e, interpretando estensivamente il proprio mandato, a esercitare una funzione preponderante, almeno di fatto, nella direzione della pubblica cosa. Negli ultimi tempi della vita della Repubblica era molto potente e si era anche tentato di reagire per ricondurlo entro l'ambito delle proprie facoltà legali; ma ormai la storia della Repubblica volgeva al termine.

Rapida era la loro procedura: il loro voto concorde era sentenza, che pubblicavasi nel Maggior Consiglio.

1567 - Doge Pietro Loredan

A ottant'otto anni, dopo nove giorni di malattia, afflitto da febbre e "catarro", muore il Doge Leonardo Loredan della contrada di S. Pantalon, detti «campanoni », cioè duri d'orecchio, dopo due anni e cinque mesi di dogado.
Il suo funerale venne fatto a S. Marco sotto una pioggia torrenziale.
Eletto a 86 anni, nel 1567, la sua nomina fu dovuta al contrasto sorto fra gli elettori che, dopo 14 giorni di sedute e 76 votazioni, non erano ancora d'accordo sull'uomo da eleggere.
Il breve dogado del Loredan fu turbato da due sciagure: un incendio all'Arsenale e una gravissima carestia. In seguito alle misure prese in quest'occasione, fu accusato dal popolo d'aver dato disposizioni ai fornai perché confezionassero il pane con il miglio:
Viva San Marco con la Signoria
l'é morto el Dose de la carestia
si cantò allegramente alla sua morte, nel 1570. E buon per lui che durante i funerali infuriò il maltempo tenendo lontani i popolani già pronti (si dice) a gettare pagnotte di miglio sul suo cataletto.
 

1595 - Doge Marino Grimani

Il 26 Aprile del 1595, dopo un movimentatissimo conclave durato ben ventiquattro giorni con circa settanta scrutini, viene eletto Doge Marino Grimani.
È di Famiglia ricchissima, proprietaria tra l'altro oltre che del palazzo di San Luca, dell'osteria dello Storione in riva del Vin a Rialto e di molti terreni a Carrara, Padova, Strà , Montagnana, in Polesine e a Treviso.
Marino Grimani viene ricordato per le incredibili somme spese nei festeggiamenti per la sua elezione a Doge.

Avogaria de Comun

E' ignota la data di nascita di questo antichissimo magistrato che esisteva già nel sec. XII.
Pare che, dapprima, non avesse altra incombenza che di difendere i beni del Comune e di decidere le cause fra il fisco ed i privati; in seguito, le sue funzioni aumentarono sempre più, incaricandosi esso di tutto ciò che stava in armonia con la sua qualità di protettore e difensore dei diritti dello Stato e della legge.
Nel 1264, all'Avogaria fu attribuita la decisione degli appelli contro le sentenze di condanne capitali o al carcere o al bando, pronunziato nello Stato, e questa attribuzione essa conservò fino alla istituzione della Quarantia Criminale.
Dopo ad essa, rimase solamente il diritto di intromissione, cioè di giudicare se una istanza di appellazione ai Quaranta poteva essere accettata (dopo l'istituzione, avvenuta nel 1343, degli Auditori tale diritto si restrinse solamente alla materia penale).
Gli Avogadori avevano inoltre il carico di accusatori pubblici nei Consigli, potendo muovere querela anche contro i Consiglieri; la vigilanza sull'osservanza dei capitolari da parte dei rispettivi magistrati; l'esazione delle pene pecuniarie portate dalle leggi. Inoltre, uno di essi almeno, doveva essere presente alle deliberazioni del Maggior Consiglio e dei Pregadi, che potevano anche sospendere quando fossero contrarie alle leggi. Almeno uno di essi doveva intervenire in Consiglio dei Dieci a tutela della legge: non vi aveva voto ma solo facoltà di proposta e diritto di placitare le deliberazioni contrarie alle leggi.
Avevano inoltre il diritto di inquisire in materia di mancata obbedienza degli organi locali agli ordini del Dominio, di rivedere le casse degli uffici di S. Marco e di Rialto, di bollare gli scrigni per impedire le sottrazioni fraudolenti di denaro ed il peculato, di eseguire le confische ordinate dai Dieci, di supplire, con i Signori di Notte al Civil, gli altri magistrati nelle ferie e nelle vacanze ducali.
Fin dal 1319, ebbero l'incarico di vegliare perché nessuno entrasse senza avervi diritto in Maggior Consiglio e, a tale scopo, tenevano registri ufficiali di tutti gli ammessi; decidevano i casi dubbi per le ammissioni; rigettavano quelli che, dopo regolare procedura, si fossero trovati sprovvisti dei dovuti requisiti; istruivano i processi per riconoscere i diritti di cittadinanza e di ammissione a quelle cariche (es. cancellieri, ragionati, ecc.) per cui occorrevano speciali condizioni di famiglia.
Il numero degli Avogadori, incerto nei primi tempi, fu poi regolarmente di tre, a prescindere da quegli Avogadori straordinari che venivano eletti in numero di due in speciali occasioni, specie per rivedere i conti di coloro che avevano maneggiato denaro pubblico durante le guerre.
La durata della loro carica, in un primo tempo di un anno, fu, nel 1314, portata a 16 mesi; nel 1551, fu fissata una contumacia di ugual durata.
fonte Archivio di stato Venezia

1646 - Francesco Molin

Nel 1646, all'età di 71 anni, dopo 23 scrutini viene acclamato Doge Francesco Molin.
Fin dalla tenera età si era dedicato alla Carriera Militare tanto in terra che in mare, raggiungendo i più alti Gradi. All'atto della proclamazione era Provveditore Generale da Mar, durante la terribile guerra di Candia contro i Turchi. 

 

I Savi

Era costume di tutti i corpi governanti della Repubblica, in occasione di affari importanti, creare nel proprio seno od aggiungersi commissioni speciali destinate a studiare o a provvedere agli affari stessi; i loro componenti solevano chiamarsi «Savi» (Sapientes).

Alcune di queste commissioni o giunte (zonte; additiones), sia per la continuità delle circostanze, per provvedere alle quali erano state istituite, sia per altre ragioni, divennero stabili.
Tali furono quelle che, aggregate alla Serenissima Signoria, costituirono il Collegio.

SAVI DEL CONSIGLIO.

I Savi Grandi o Savi del Consiglio dei Pregadi divennero organo stabile intorno al 1380; il loro numero, vario nei primi tempi, rimase in via definitiva fissato a sei.
Duravano in carica sei mesi, ma venivano mutati a tre per volta, perché i nuovi fossero dai vecchi istruiti nelle cose del Saviato. Si alternavano nel loro ufficio ogni settimana, ed il Savio in funzione era perciò detto di settimana. Le loro funzioni erano amplissime; dovevano provvedere, come dice una parte del 27 marzo 1396, «omnibus et singulis spectantibus et pertinentibus consilio rogatormn ac dependentibus et connexis ab eis». La qual cosa si esplicava, tanto nell'esecuzione delle deliberazioni dei Pregadi, quanto - ed ancora di più - nella trattazione preventiva degli affari che dovevano decidersi in Senato. A questa altissima carica erano chiamati solo i più considerati e stimati patrizi.

SAVI DI TERRA FERMA.

Dei Savi di terra ferma ci parla una parte del 1420, e derivarono probabilmente da quei Savi straordinari alla guerra eletti nel 1412.
Erano cinque, e venivano eletti in Pregadi, parzialmente, come i Savi Grandi, alla fine di ogni semestre di carica: alternativamente tre e due. Furono aggregati al Senato nel 1432.
Per gli incarichi speciali che vennero loro assegnati vedi: Savio alla Scrittura, Savio alle Ordinanze, Savio Cassier.
 

SAVI AGLI ORDINI.

Dei Savi agli ordini si trova traccia certa nel Collegio solo nel 1402. Furono aggregati al Senato nel 1442. Erano cinque e venivano eletti come i Savi di T. F.. Ma non era necessario che facessero parte del Senato, come una consuetudine aveva fissato per i membri delle altre due mani.
Nei primi tempi era affidata ad essil'attività marinaradella Repubblica e la cura delle cose dello Stato da Mar, ma poi il saviato agli ordini diventò una specie di palestra per avviare i giovani patrizi al governo della cosa pubblica. Non avevano voto deliberativo nei consessi.

IL PIEN COLLEGIO

Le tre assemblee dei diversi Savi, riunite e presiedute dalla Signoria, formavano il Pien Collegio, il quale aveva sue proprie attribuzioni.

Anzitutto l'attività preconsultiva dei varii Saviati, oltre che singolarmente, veniva svolta sopratutto in Collegio. Normalmente le parti da proporre in Pregadi erano sottoposte alla discussione preventiva del Collegio. I savi competenti, però, non erano tenuti a seguire il suo parere.

Poteri deliberativi ne aveva pochi: non poteva disporre di somme superiori a 25 ducati; e poteva concedere grazie solo entro questo limite. Più ampie facoltà aveva nei rapporti con la Chiesa, perché era proprio al Pien Collegio deferito l'esame degli atti relativi, coadiuvato in questo geloso incarico dai Consultori in Iure.

Nel campo giudiziario doveva risolvere le controversie, sorte in materia di benefici ecclesiastici e di giuspatronati, quelle in materia di privilegi delle città suddite, e quelle sui dazii e gli appalti di gabelle. Ma queste ultime insieme ad altri organi.

Dava corso alle lettere pubbliche, alle ducali ed ai decreti dello Stato. Un aumento dell'importanza del Collegio si ebbe, nel 1526, quando gli fu data facoltà, sia pure sotto certe formalità, di non comunicare al Senato atti che ritenesse opportuno tener segreti (comunicate non lette); facoltà, che insieme all'altra di emanare decreti durante le vacanze del Senato (decreti mandantibus sapientibus) e a quella di sospendere l'esecuzione delle parti del Pregadi stesso, con l'obbligo di giustificarne i motivi nella seduta successiva, fecero del Collegio, specie nel 1700, in certo modo l'arbitro della politica della Repubblica.

Il Collegio riceveva gli ambasciatori degli stati esteri, i nunzi delle città suddite e i vescovi e prelati, sia sudditi per gli affari delle loro diocesi, sia esteri quando venissero a Venezia per ragioni della loro carica.

 

1668 - Doge Francesco Morosini

Francesco Morosini, patrizio veneziano nato nel 1619, fu il 108° doge della Repubblica di Venezia, il quarto della sua casata.
Venne eletto all’unanimità alla carica dogale per quelli che oggi chiameremmo “meriti di guerra”, in quanto, nella campagna militare navale e terrestre condotta in Grecia contro gli Ottomani tra 1684 e 1688, riuscì a conquistare l’intero Peloponneso – chiamato un tempo Morea – ai possedimenti della Repubblica.

Ricevette per questo motivo l’appellativo onorifico di Peloponnesiaco, con il quale ancora oggi lo si ricorda.

Non sempre però, negli anni precedenti, i successi erano stati altrettanto brillanti.

Al termine della “guerra di Candia”, nel 1669, dopo che per 25 anni la capitale dell’isola veneziana di Creta era riuscita a resistere all’assedio ottomano, il comandante Morosini, resosi conto che la posizione era ormai indifendibile di fronte al soverchiare del nemico, aveva deciso di cederla alle forze del sultano e di porre così termine al conflitto.

Al ritorno a Venezia dovette subire un’inchiesta sul suo operato, che, anche se si concluse con un pieno proscioglimento, mise comunque in luce una serie di mancanze; ma, soprattutto, fu costretto per mesi a sopportare un pesante clima di linciaggio morale da parte dei veneziani, che, sobillati dalla fazione patrizia sua avversaria, non esitarono a fare circolare anonimamente contro di lui violenti libelli diffamatori e scritti molto offensivi.

Francesco Morosini, vissuto quasi sempre sul mare, fu comunque uno degli ultimi comandanti di elevate capacità espressi dalla Serenissima: per quattro volte fu capitano generale da Mar, ossia comandante superiore dell’armata navale in Levante, e operò nel corso delle aspre lotte che, dopo un lungo periodo di pace tra Venezia e Istanbul, caratterizzarono la seconda metà del Seicento, prima appunto a Candia e successivamente in Morea.

Nell’aprile del 1690 papa Alessandro VIII gli conferì un altissimo riconoscimento, facendogli recapitare lo stocco, ossia la spada di campione della fede, e il pìleo, un simbolico berrettone cerimoniale con l’immagine dello Spirito Santo. Entrambi gli furono consegnati dagli inviati pontifici nel corso di una fastosa cerimonia che si tenne a San Marco, all’epoca chiesa di Stato e cappella ducale.

Morosini fu doge dall’aprile 1688 al gennaio 1694, quando morì in Grecia, settantaquattrenne, mentre esercitava il capitanato per la quarta volta, cumulando – fatto non comune – la dignità dogale con l’autorità di comandante sul campo.

Il decesso avvenne a Nauplia, l’antica Napoli di Romania; il corpo fu ricondotto a Venezia dopo che le truppe gli ebbero tributato esequie particolarmente solenni, e venne tumulato nella chiesa agostiniana di S. Stefano.

Come tutti i patrizi che svolgevano un incarico al di fuori di Venezia, anche Morosini, durante i suoi periodi di comando, intrattenne una fittissima corrispondenza con gli organi di governo della Repubblica. Dai suoi dispacci, inviati al Senato con cadenza pressoché quotidiana e spesso corredati di analitiche mappe, si possono ricavare preziose informazioni sulle campagne militari condotte, ma anche sulla vita minuta degli ufficiali, degli equipaggi e delle truppe che operavano ai suoi ordini.

Dalla viva voce del capitano generale si traggono pure le descrizioni di operazioni belliche che a volte costarono molti gravi patimenti alle popolazioni civili – che furono talora rastrellate in massa e costrette al terribile servizio di voga nelle galee – nonché danni irreparabili ai territori interessati.

Famoso è il caso dell’assedio di Atene, avvenuto nel settembre 1687: nell’occasione si verificò il disastro della distruzione del Partenone, che, essendo utilizzato come polveriera dagli ottomani assediati, fu bombardato dall’artiglieria veneziana fino a quando un “fortunato colpo” lo centrò in pieno, facendolo saltare in aria. Con un dispaccio Francesco Morosini si fece infine annunciatore della propria stessa morte, comunicando nel gennaio 1694 che le forze gli stavano venendo meno e che, ammalatosi gravemente, non gli restavano che pochi giorni da vivere.

A conclusione dell’esistenza, l’unico rammarico, sosteneva il vecchio doge, rimaneva “quello di non avere potuto quanto desideravimo in servitio della Patria comune e quanto ella ben meritava”.

I cavalieri di San Marco

CAVALIERI DI SAN MARCO

La Veneta Repubblica aveva un solo ordine cavalleresco, quello dei Cavalieri di San Marco. Non si sa bene quando sia stato istituito l'ordine ma già nel secolo XV, veniva concesso dal veneto governo.

Ai patrizi e ai personaggi di maggior importanza era conferito dal Senato o dal Maggior Consiglio e alle persone di minor riguardo dal Doge.

L'insegna conferita dal Doge consisteva in una croce biforcata alle estremità di smalto azzurro orlato d'oro con nel centro il leone di S. Marco in maestà e veniva portato al collo con una catenina d'oro veneziana (manin) con fermagli lavorati.

Invece quella che veniva conferita dal Maggior Consiglio o dal Senato consisteva spesso, oltre che nella croce, in una ricca collana con medaglia, che aveva nel dritto il leone alato e nel rovescio un'iscrizione ricordo. Le collane più ricche erano del valore di più migliaia di ducati.

I patrizi veneti quando vestivano la toganonpotevano fregiarsi delle insegne, ed invece di queste usavano portare la stola della toga ordinaria filettata d'oro o la stola della toga di cerimonia di stoffa d'oro. Da questo uso venne la denominazione per i cavalieri patrizi di cavalieri della stola d'oro.

Non sempre la stola d'oro indicava, nei patrizi l'ordine di S. Marco, perché la portavano anche come insegna del cavalierato avuto da principi e sovrani stranieri nelle ambasciate e riconosciuto dal veneto governo al loro ritorno in patria.

Il 22 maggio del 1709, al primo scrutinio viene acclamato Doge Giovanni II Comer. Il suo sarà un Dogado sfortunato, cominciato in piena pace ma terminato purtroppo con la guerra contro i Turchi che si ripresero la Morea.

 

1752 - Doge Francesco Loredan

Il 18 marzo del 1752 viene eletto Doge Francesco Loredan. Ha sessantasette anni. È di famiglia ricchissima e di natura generosa.
La casa di famiglia, Palazzo Loredan, è a San Stefano.
Il Doge è amatissimo dai soldati che aveva comandato quale generale nella fortezza di Palmanova in Friuli.
Siccome al momento della votazione si stavano svolgendo le solenni feste pasquali, la sua elezione gli verrà notificata ufficialmente a domicilio solo il 6 aprile.

 

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